BY: arkeba

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Il concetto di finzione

Il filo conduttore della teoria adleriana è la continua ricerca del senso dell’uomo, inteso come unità biologica, psicologica e sociale.
Adler sottolinea la sostanziale indivisibilità della personalità dell’individuo e l’integrazione dei diversi aspetti fisici e psichici. I valori, le mete, le motivazioni sono essenziali nel guidare le scelte e la vita del soggetto.
L’individuo viene considerato dal punto di vista della sua dimensione temporale: “…possiamo concepire ognuna delle manifestazioni vitali come il luogo di convergenza del passato, del presente e dell’avvenire….”

Nello specifico l’essere umano ha la particolarità di proiettarsi nel futuro costruendosi un piano di vita, che gli offre dei contorni generali che gli indicano una direzione verso cui guardare ed orientarsi. L’individuo elabora quindi una “mappa personale” di idee, impressioni, di opinioni e di interpretazioni; nella vita psichica tutto ha senso “come se” certi assiomi fossero veri, cioè veri ed evidenti per sé stessi.
Nell’ elaborazione del concetto di “come se” e del termine finzione Adler prese spunto nel 1911, anno in cui abbandonò il circolo psicoanalitico, dall’ opera di Hans Vahinger “Die Philosophie del Als Ob” (1911).
“Non ho difficoltà ad accettare le geniali concezioni di Vahinger, il quale sostiene che di fatto le idee tendono ad evolvere in finzioni (costruzioni non reali ma utili dal punto di vista pratico) ad ipotesi e infine a dogmi come espediente difensivo rispetto al proprio sentimento di inferiorità.” 
I valori e gli ideali sono per quest’ultimo finzioni che servono all’uomo per raggiungere i propri scopi e perseguire le proprie mete. La finzione è un modo non obiettivo di considerare sé stessi e il mondo.
La scelta di questo termine viene spiegato in questo modo da Vahinger:
“Fictio indica immediatamente l’attività del fingere, e quindi del costruire, formare, strutturare, elaborare, presentare, tecnicizzare, e così anche il rappresentarsi, il pensare, l’immaginare, il supporre, l’abbozzare, l’ideare, l’inventare. In seconda istanza, il termine connota anche il prodotto di queste attività, cioè la supposizione finta, l’invenzione, la creazione poetica, il caso inventato. Inoltre la caratteristica più rilevante di tutte le finzioni è costituita dal momento della libertà creativa.”
Le finzioni sono “idee comprendenti elementi inconsci che non hanno una controparte nella realtà, ma tuttavia svolgono l’utile funzione di metterci in condizione di fare i conti con essa in un modo migliore di quello che si sarebbe potuto fare diversamente”.

L’opera del 1912 “Il Temperamento Nervoso”, in cui Adler presenta la psicologia individuale (e in cui il concetto di finzione riveste un ruolo essenziale), viene introdotta da una citazione di Seneca : “Omnia ex opinione suspensa sunt” ( tutte le cose dipendono dall’interpretazione che se ne dà).
Le finzioni sono, infatti, immagini mentali autocostruite creativamente dall’individuo sulla base della sua storia personale.
Le finzioni assolvono una parte importante della vita psichica di ogni individuo, e il bambino se ne serve per entrare in contatto con il mondo esterno.
Nella crescita dell’infante oltre alla soddisfazione dei propri bisogni fisiologici, insorge la necessità di guadagnarsi un proprio posto nel mondo, partendo dalla costellazione famigliare. L’attività del bambino diviene più unificata a questo scopo, che rappresenta un punto fuori di sé verso cui tendono le sue energie e forze psichiche.
L’esistenza di ognuno si presenta fin dai suoi primi istanti come costellata da limiti, per cui la nostra struttura psichica funziona come un apparato di difesa e di attacco, per riuscire a soddisfare i nostri bisogni.
Il bambino cerca con le esperienze, perfezionando la sua memoria, attraverso attenzione e la percezione di gettare un ponte per superare le incertezze, verso un avvenire positivo. Tende quindi ad un punto, così che quando l’avrà raggiunto sarà più grande e forte, proiettando sé stesso nel futuro sotto i tratti dei propri genitori.
Più l’inferiorità è marcata, più sarà importante per il bambino dare un risultato pronunciato al punto fisso verso cui tende.
La finzione costituisce un mezzo, un artificio, del quale Il bambino si serve per liberarsi dal suo sentimento d’inferiorità. La sua funzione è quindi difensiva e compensatoria.
Nel caso in cui la privazione vissuta sia molto grande vissuta, l’aspirazione del bambino può diventare il tutto.
L’individuo non è solo in conflitto con le proprie dinamiche interne (come nell’ottica freudiana), ma è soprattutto proteso verso l’esterno, verso la propria integrazione con il mondo e le finzioni assumono un ruolo importante anche in questo senso. L’uomo, infatti, partendo dal linguaggio, vive in un modo di significati condivisi, che hanno senso, in quanto convenzioni, solo perché ci permettono di vivere e comunicare con gli altri. Per orientarsi al mondo ognuno di noi si costruisce la propria mappa di idee, di impressioni, di opinioni, di interpretazioni. Queste convenzioni devono essere condivise in un faticoso lavoro di formazione di un codice sovraindividuale negoziato dalla collettività, che diventa una “verità collettiva.”
Per Adler l’agire umano è regolato da una sorta di norma ideale, che diviene una verità assoluta e in cui l’anormalità è spiegabile come il grado di allontanamento da questa norma ideale. L’uomo, creandosi delle finzioni collettive condivise socialmente, può affrontare la propria vita in modo concreto.
Le finzioni sono comunque artifici della mente il cui scopo è quello di dare ordine alla complessità, separando il bene dal male e il giusto dall’ingiusto.
Il bambino, così come l’uomo nevrotico, mostra una forte tendenza alla separazione attraverso opposizioni inconciliabili, per diminuire l’ansia dovuta alla complessità dello stare al mondo.

Le finzioni sono presenti sia nella normalità psichica che nella patologia. Quando sono efficaci, sono finzioni adattabili alle condizioni della vita e sono dette positive o vitali. L’individuo, in questo caso, le usa come mezzo e se ne disfa appena non gli servono più.
Le finzioni negative sono fisse e non è accettabile per l’individuo cambiarle (vengono dette finzioni rafforzate o antisociali).
“La finzione rafforzata è una deviazione per eccesso dell’abituale fenomeno del “come se”, che riveste un carattere patologico e aumenta, in vario grado e con diverse modalità, la distanza dell’individuo dall’ambiente. Le finzioni rafforzate comportano un’alterazione del giudizio e devono essere dunque inquadrate fra i “sintomi” di un’affezione psichica. Un nevrotico elabora finzioni rafforzate e così pure lo psicotico ma, rispettivamente nell’uno e nell’altro, esistono notevoli differenze nel livello di autocritica.[…]
La nevrosi è una costruzione conflittuale, alimentata da finzioni rafforzate.
Il nevrotico pone l’accento sui suoi sintomi, ributtando su di essi tutte le sue forze, innalzando il proprio dramma al di sopra di tutti, assegnandoli quindi quel valore che gli è sempre stato negato. Il nevrotico non ha altra realtà che non la sua finzione e dà le spalle alla realtà vera.
Mentre l’individuo sano riesce a rivolgere l’attenzione anche agli altri, e quindi possiede un sentimento sociale, l’individuo nevrotico riesce ad avere preoccupazione solo per se stesso e per i propri sintomi.
Le finzioni, che rappresentano uno strumento, vengono abbandonate dalla persona sana quando non sono più utili e vengono sostituite in modo flessibile. Il nevrotico non possiede questa duttilità, si immedesima nella finzione. Lo psicotico invece prende la finzione per la realtà. L’uomo sano le utilizza come mezzo, l’individuo nevrotico vorrebbe materializzarle, lo psicotico le materializza.
Si può riportare, a titolo esemplificativo, il caso di due patologie che rappresentano il rafforzamento del “come se”. Nella fobia si possono ritrovare le finzioni più drastiche dei nevrotici. Il fobico prova angoscia davanti al pensiero di eventi che sono per lui tremendi, ma che sono improbabili, anche se il loro accadere non si può escludere. La logica comune in questo caso non viene meno, anche se è parzialmente intaccata.
Nel delirio, massimo rafforzamento del come se, il malato crede fermamente nell’assoluta verità delle sue convinzioni, che diventano realtà soggettiva.

Lo scopo della terapia adleriana è aiutare il paziente a capire il senso delle proprie finzioni, così che egli possa passare da una condizione cristallizzata in cui le finzioni vengono utilizzate in modo rafforzato, ad una condizione di maggiore duttilità psichica che permette all’individuo di abbandonare, nel momento in cui non gli siano più convenienti, alcuni tipi di finzioni, per passare ad altre più funzionali alla realtà psichica di quel particolare momento.
La terapia si pone come uno degli scopi lo smantellamento delle finzioni, in un processo che deve però essere necessariamente graduale. Il disvelamento delle finzioni deve essere accompagnato dall’incoraggiamento. Grazie al rapporto terapeutico, il paziente prende maggiore coscienza del proprio del proprio funzionamento psichico e delle proprie mete.

L’individuo prova nel “come se” un sentimento spiacevole, per cui può essere facilmente compresa la tendenza dell’individuo, secondo la visione di Vahinger, a mutare ogni ipotesi in dogma. Per ovviare all’ambiguità o all’incertezza ci si rifugia nel letteralismo, nella separazione per opposti inconciliabili, in pensiero antitetico. Hillman (1983) chiarisce in questo modo il concetto di letteralismo delle finzioni: “Ma allora, se il passaggio dalla salute alla malattia mentale si distingue per i gradi di letteralismo, ciò significa che la strada terapeutica, per tornare dalla psicosi alla salute mentale, è quella di ripercorrere all’indietro lo stesso passaggio ermeneutica: la deletteralizzazione. Per essere sani mentalmente dobbiamo riconoscere come finzioni le nostre convinzioni, e guardare in trasparenza come fantasie le nostre ipotesi. La differenza tra salute mentale e psicosi non dipende, infatti, dalla società o dalla politica, dall’’educazione o dalla chimica, dipende interamente dal nostro senso della finzione. Ma non basta: anche il prendere alla lettera una qualsiasi delle ipotesi, l’educazione o la chimica, la società o la politica, come fosse l’effettiva verità e la ragione della malattia mentale, è in sé malattia mentale, questa volta in forma di una finzione esplicita presa alla lettera anziché in modo euristico.”

La terapia è un grande lavoro di deletteralizzazione; attraverso questo processo le mete delle terapia possono essere viste come finzioni-guida che orientano l’individuo verso la maturità e il completamento di sé: “…questa è la terapia delle prospettive. Le mete dello spirito non diventano dunque illusioni che devono essere cinicamente minimizzate perché sono “soltanto” finzioni. Semplicemente, non le ascoltiamo nei loro termini letterali, come mete e verità. Come prospettive “funzionali” o come fantasie esse sono utili e feconde, poiché il valore di una consiste nel fatto che essa è “un errore consapevole, pratico, utile”.

BIBLIOGRAFIA

ADLER A. (1912), Il Temperamento Nervoso, Casa Editrice Astrolabio, Roma
ADLER A. (1924), Prassi e Teoria della Psicologia Individuale, Casa Editrice Astrolabio, Roma.
ANSBACHER H., ANSBACHER R. (1956), La psicologia individuale di Alfred Adler, Martinelli, Firenze.
ELLENBERGER H.F. (1970), La scoperta dell’inconscio. Storia della psichiatria dinamica, Bollati Boringhieri, Torino.
HILLMAN J. (1983), Le storie che curano, Raffaello Cortina Editore, Milano.
S.A.I.G.A., Dispense, materiale e appunti delle lezioni.

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La violenza sulle donne

Riflessione sugli aspetti psicologici a partire  dalla partecipazione al “Progetto Svolta Donna”

La violenza sulle donne è un fenomeno molto preoccupante, presente in modo trasversale, anche se in forme diverse, nei paesi industrializzati e in quelli in via di sviluppo, rappresentando un problema endemico.
Si citano alcuni dati tratti da una ricerca Istat condotta nel 2006 in Italia1 per favorire una conoscenza maggiore della diffusione del fenomeno.
Il campione considerato comprendeva 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni intervistate su tutto il territorio nazionale dal Gennaio all’Ottobre del 2006 con una tecnica telefonica. I principali risultati di questa ricerca stimano in 6 milioni 743 mila le donne tra i 16 e i 60 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita (il 31,9% della classe di età considerata). 5 milioni di donne hanno subito violenze sessuali (23,7%), 3 milioni 961 mila violenze fisiche (18,8%).

Circa un milione di donne ha subito stupri o tentati stupri (4,8%). Il 14, 3% delle donne con un rapporto di coppia attuale o precedente ha subito almeno una violenza fisica o sessuale dal partner. Il 24,7% delle donne ha subito violenze da un altro uomo. Mentre la violenza fisica è più frequentemente operata dal partner, l’inverso accade per la violenza sessuale, soprattutto per le molestie sessuali.

Approfondiamo il significato di alcuni termini legati alla violenza sulle donne.
Violenza viene intesa un’azione esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo e agire contro la sua volontà. L’etimologia latina è dal verbo violo: violare, oltraggiare, far male, maltrattare. Violenza e maltrattamento sono sinonimi. Quando si parla di violenza sulle donne, si è soliti distinguere tre tipi diversi di violenza.
La violenza psicologica, in questo contesto, identifica quell’insieme di insulti, minacce verbali, intimidazioni, denigrazioni, svalutazioni, che un soggetto può esprimere nei confronti dell’altro nell’ambito di una relazione di coppia conflittuale.
La violenza fisica indica un passaggio all’atto di un impulso aggressivo eterodiretto, mentre la violenza sessuale indica il passaggio all’atto di un desiderio sessuale attraverso la costrizione, le minacce e i ricatti.
Le situazioni di violenza a cui si restringe maggiormente il campo sono quelle di due adulti, un uomo e una donna, che hanno o hanno avuto una relazione . In questo caso si potrà riflettere sulla situazione soggettiva che riguarda la donna e l’uomo, nonché sulle dinamiche relazionali.
Il termine maltrattamento infatti, come abbiamo visto, è sinonimo di violenza ed implica che la vittima, oltre ad essere costretta a fare delle cose contro la propria volontà, si trovi in uno stato di inferiorità da un punto di vista oggettivo o soggettivo.
Il maltrattamento è una dimostrazione di arroganza, prepotenza e violenza nei confronti di una o più persone soggettivamente od oggettivamente inferiori.
In cosa possiamo dire che un soggetto sia inferiore ad un altro, se stiamo parlando di due soggetti adulti?
Può esserlo fisicamente (più alto, più basso, più forte, più debole), può esserlo intellettivamente (come nel caso dei deficit mentali), oppure può esserlo soggettivamente, se si percepisce come mancante di qualche attributo, posseduto invece da altri.
L’inferiorità percepita soggettivamente potrebbe essere una delle spiegazioni del fatto che la maggior parte delle donne che subiscono violenza e maltrattamenti in ambito domestico permangono a lungo, talvolta per sempre, in questa situazione. L’inferiorità, per la donna maltrattata, può essere percepita come paura che il partner non la lascerà mai stare, che le farà pagare questo affronto, o che la ucciderà. Ci può essere invece una paura legata al non riuscire a “cavarsela” fuori da quel contesto domestico che l’ha vista sempre dipendente dal marito.
Fatta eccezione per le differenze oggettive e misurabili con scale di valutazione (rispetto alla forza fisica ad esempio), l’inferiorità tra adulti corrisponde ad una percezione distorta dell’Io e della propria immagine corporea.
Nel caso degli uomini maltrattanti, si potrebbe pensare che stanno spingendo le donne a percepirsi in una situazione di inferiorità oppure stanno provando la loro superiorità. Proponendo un paragone con i concetti Adleriani, che approfondiremo nel corso di questo lavoro, stanno esercitando la loro volontà di potenza, la loro protesta virile.
Nel paragrafo che segue si descriverà l’esperienza di un progetto di sostegno alle donne a cui ho collaborato, e che mi ha portato a voler approfondire alcuni aspetti del problema della violenza sulle donne, e a trarre delle considerazioni in merito.
Di seguito ci saranno due paragrafi sugli aspetti psicologici legati a questo fenomeno, e poi un paragrafo in cui viene riportato un colloquio con una donna all’interno del Progetto Svolta Donna, con alcuni riflessioni finali.

L’esperienza all’interno del Progetto di Svolta Donna

In questo paragrafo vorrei descrivere l’esperienza fatta all’interno del Progetto Svolta Donna nell’Asl di Pinerolo (TO). Durante il periodo di tirocinio per il terzo anno di scuola di specializzazione in psicoterapia SAIGA, ho potuto seguire alcuni aspetti di questo progetto di intervento contro la violenza sulle donne, proposto ed organizzato all’interno del Servizio Sanitario.
In un primo momento, ho partecipato alla formazione di alcune giornate per gli operatori, che prevedeva la partecipazione delle diverse figure che avrebbero collaborato al servizio: le operatrice telefoniche volontarie, l’avvocato, il medico legale, le psicologhe, le assistenti sociali.
La formazione aveva come obiettivo quello di chiarire i diversi aspetti del progetto, di permettere una migliore collaborazione tra gli operatori, di formare le operatrici telefoniche volontarie al compito di prima accoglienza del bisogno delle donne maltrattate.
Si prevedono le seguenti fasi di intervento.
Telefonando ad un numero attivo tutti i giorni, le donne possono parlare con le volontarie che, dopo essersi assicurate del livello di gravità del problema denunciato (in alcuni casi intervenendo con le opportune segnalazioni), danno loro informazioni su come comportarsi davanti ad una violenza: come denunciare, come cercare aiuto, a chi rivolgersi. Le volontarie possono poi fissare degli appuntamenti con i diversi professionisti, con alcuni di essi o con tutti: il medico, l’avvocato, la psicologa. Con un’attesa di pochissimi giorni, i professionisti riescono a ricevere le donne che e hanno fatto richiesta.
All’inizio, da parte degli operatori, c’era un forte dubbio sulla necessità reale di un servizio così complesso ed articolato che coinvolgesse Pinerolo, Val Chisone e Val Pellice, in quanto considerati “posti tranquilli” , dove questo fenomeno non appariva così sentito.
Si pensava che ad usufruire di questo servizio sarebbero state soprattutto donne straniere, che al loro Paese di origine magari subivano violenza e trasferendosi in Italia potevano avere l’aspettativa di migliorare non solo economicamente la loro vita, ma anche di non dover più subire situazioni famigliari difficili.
Al Servizio di Psicologia, in cui ho poi continuato ad operare, giungono diverse persone che richiedono una consulenza per questo grave problema, perché vivono una condizione con un partner che le maltratta. La media dei nuovi appuntamenti al solo Servizio di Psicologia ( si sottolinea che solo una parte delle donne viene inviata a questa consulenza) nella sola cittadina di Pinerolo e le Valli vicine è di due alla settimana.
Nel più del 90% dei casi le donne non sono donne straniere o non sono residenti nella cittadina (ci sono stati alcuni casi di donne fuggite dalla casa coniugale ed ospitate presso strutture parrocchiali del posto, in incognito dal marito o compagno).
Le utenti sono per lo più di donne italiane residenti nella zona che subiscono questa situazione da diverso tempo e che solo ora, in alcuni casi perché hanno saputo di questo progetto di aiuto sicuro e anonimo, richiedono una consulenza soprattutto da un punto di vista psicologico e legale.
In quasi tutti i casi sono state donne che non riportavano una violenza fisica nei giorni della chiamata al servizio, ma che avevano subito un’ennesima violenza nei mesi precedenti, dopo la quale avevamo maturato la decisione di chiedere aiuto. Solo in un caso mi è capitato di vedere una donna con una ferita molto recente sul braccio.
Questa utente aveva lasciato da poco la casa coniugale, dopo anni di violenza subita dal marito.
La donna aveva portato con sé i figli, di cui uno adolescente. In questo caso la ferita non gli derivava da un’aggressione subita dal marito, ma bensì dal figlio adolescente, che ad un suo richiamo aveva risposto strattonandola e spingendola.
In alcuni casi si trattava di una violenza fisica e/o accompagnata da una violenza sessuale, in pochi di una violenza psicologica (benché a mio avviso una violenza psicologica in senso lato esiste sempre nei casi di violenza fisica e sessuale). Alcune avevano già deciso di lasciare il compagno o lo avevano già fatto, altre richiedevano un aiuto per migliorare la loro situazione, capire “cosa sbagliano” per poter stare meglio con lui.
In generale la richiesta era proprio quella di poter cambiare la situazione, di non dover più subire.
Il tipo di intervento che può essere proposto in questo tipo di servizio è di alcuni colloqui di consulenza e di supporto, anche se spesso il bisogno delle donne sarebbe quello di un percorso psicoterapico. In alcuni casi si è effettuato un invio al Dipartimento di Salute Mentale competente per un percorso più approfondito.

Le dinamiche psicologiche della violenza agita e subita

Si approfondiscono in questo paragrafo alcuni concetti legati alle dinamiche psicologiche che possono intervenire nel caso di violenza alla donna all’interno di una relazione di coppia.
L’attenzione sarà rivolta sia su chi perpetra la violenza sia su chi la subisce, poiché entrano in gioco dinamiche della coppia vittima/persecutore che sono interrelate.
Adler fu il primo, tra gli psicologi del profondo, ad aver parlato di una pulsione, quella aggressiva, autonoma dalla libido che, invece, nella concezione freudiana era la madre di tutte le pulsioni, diretta a spinte autoaffermative e di difesa. La pulsione aggressiva viene da lui concepita come una forza dinamica di ordine superiore.
Egli elaborò inoltre il concetto di protesta virile, che indica il principio dinamico fondamentale che aiuta l’individuo a raggiungere una compensazione della mancanza di virilità. Mentre la pulsione aggressiva era fondata su una confluenza pulsionale, la protesta virile era basata su un sentimento soggettivo. Per Adler la mancanza di virilità equivale ad un sentimento d’inferiorità, poiché maschile e femminile indicavano metaforicamente la forza e la debolezza. “Il fenomeno si verifica sia nell’uomo che nella donna e risponde alla necessità di compensare un forte sentimento d’inferiorità, derivato da una situazione d’insicurezza e d’angoscia…
La ”protesta virile” rappresenta un artificio psichico generale del quale si serve un individuo per ottenere il massimo della sicurezza, per adeguarsi al suo ideale di personalità”

.2 Il cambiamento della teoria adleriana andò sempre più verso il concepire l’aggressività come un atteggiamento generale di lotta per la superiorità, non solo biologico ma cultural e psicologico dipendente. L’aggressività rappresenta l’aspetto anormale della lotta per la superiorità, che si verifica quando il sentimento sociale non è adeguatamente sviluppato.
Con l’evoluzione della sua teoria Adler sostituì progressivamente il concetto di protesta virile con quello di “volontà di potenza” e di “aspirazione alla superiorità”.
Adler in Prassi e Teoria della Psicologia Individuale (1924) scrive “Nel 1908 scoprii che in ogni individuo esiste uno stato di aggressività permanente e fui così imprudente da chiamare questo atteggiamento “pulsione aggressiva”. Presto però mi resi conto che non avevo a che fare con una pulsione, bensì con un atteggiamento in parte conscio e in parte irrazionale verso i compiti che impone la vita”. 3
Nella psicologia adleriana la vita dinamica dell’individuo è dominata da una legge di movimento che va dal minus al plus, da un sentimento di inferiorità a una lotta per la sua compensazione. L’aspirazione dell’individuo e più incentrata alla superiorità che al potere (che ne rappresenta solo uno degli aspetti). La superiorità dona all’individuo la sicurezza, quella di essere in una situazione di plus. Si può dire, inoltre, che l’inferiorità percepita da ogni essere umano, sin dai primi giorni di vita, considerata un fattore di insicurezza ed una limitatezza, in realtà si rivela un vero e proprio stimolo che lo spinge a cercare una soluzione, una via d’uscita che assicura l’adattamento alla vita.
Nel caso della violenza sulle donne, la presunta manifestazione di superiorità esibita dall’uomo è una percezione distorta della realtà, in cui l’odio e l’aggressività non possono essere contenute e mentalizzate, sfociando in un impulso ad agire.

Questa dinamica di inferiorità/superiorità può accompagnare la relazione di coppia, anche quando non siamo davanti al fenomeno della violenza.
Esiste una condizione in cui la donna diventa più bisognosa dell’aiuto dell’uomo e in un certo senso più fragile, questo avviene quando è in corso una gravidanza.
Dalla ricerca citata precedentemente (Istat 2007) si evidenzia che esiste purtroppo una concomitanza tra il momento in cui si presentano le violenze per la prima volta e la gravidanza della donna.
La gravidanza delle mogli potrebbe riattivare in alcuni uomini vissuti di rifiuto ed esclusione, quindi di inferiorità rispetto ad una superiorità detenuta in quel momento dalla donna. Secondo Ventimiglia (1994) 4 il fatto che al padre venga esclusa la possibilità della generatività lo pone in una condizione in cui il corpo della donne si frappone tra lui e il figlio, e la relazione con quest’ultimo è subito vissuta a base triadica. Ciò provoca l’invidia della generatività femminile che può manifestarsi attraverso sintomi psicologici, psicosomatici o comportamentali. Molte altre potrebbero essere le dinamiche psicologiche che vengono a crearsi in occasione della gravidanza della compagna e che possono mettere a prova l’equilibrio della coppia (ad esempio rivivere il complesso di edipo), ma se i vissuti di rifiuto dell’uomo non vengono compensati spostando l’interesse su altre mete o sublimandoli in attività sostitutive, questo potrebbe determinare agiti violenti .
In termini adleriani questi comportamenti sono caratterizzati e originati da un insufficiente sentimento sociale. Nel caso della violenza accanto ad uno scarso sentimento sociale si potrebbe essere di fronte ad un “sentimento dissociale”. Il sentimento dissociale si accompagna allo sviluppo di una volontà di potenza distruttiva che può manifestarsi attraverso comportamenti competitivi e violenti, intesi a rovesciare modelli vissuti come elementi di repressione.
Come scriveva Adler in “Il senso della Vita” (1933) : “ogni pulsione non soddisfatta orienterebbe l’aggressività dell’individuo verso l’ambiente”, quindi i caratteri violenti possono istruire su come una pulsione aggressiva, continuamente insoddisfatta, possa stimolare le vie dell’aggressività maligna.
Quando gli impulsi non possono essere controllati avviene un acting out, questo è proprio quello che avviene quando la rabbia e gli impulsi aggressivi vengono esercitati con la violenza fisica.
L’acting-out o passaggio all’atto, presuppone che il soggetto non abbia un controllo attivo sulle proprie pulsioni.
Il bambino, in età preverbale, quando non ha a disposizione la capacità di simbolizzare, che deriva dall’uso del linguaggio, agisce un desiderio specifico senza tener conto dell’esistenza dell’altro e dell’ambiente. La capacità di entrare in relazione con l’altro presuppone il riconoscimento e l’accettazione degli interessi personali dell’altra persona.
Per colui che effettua l’acting out, al contrario il partner è privo d’individualità, è un oggetto complementare a se stesso che deve essere ottenuto per mantenere l’illusione dell’onnipotenza narcisistica.
Colui che agisce l’aggressività è portatore di una struttura narcisistica con scarse capacità di sublimazione e spostamento delle pulsioni sessuo/aggressive.
Entrando nel merito della psicologia della vittima, colui che subisce può essere pervaso da un profondo senso di colpa inconscio e da un vissuto di inadeguatezza che lo spinge a collezionare umiliazioni e sofferenze a prezzo di angoscia intollerabile.
Il senso di colpa, secondo la visione adleriana può essere definito come “una situazione di sofferenza interiore, di disagio, di autodifferenziazione negativa che prende corpo quando l’individuo ha violato, o ritiene di aver violato, o ritiene di aver violato un impegno morale.”
“ I contenuti colpevolizzanti potrebbero derivare direttamente da schemi etici del proprio gruppo di appartenenza in cui l’individuo è inserito o di quei settori della società con cui è più frequentemente in contatto”. 5
La permanenza in una relazione violenta potrebbe essere una manifestazione sintomatica.
Quando una donna viene maltrattata, ciò che risulta evidente è che la ferita fisica viene rimarginata, ma e per la donna è un’esigenza che anche quella psichica si rimargini. L’essere umano cerca di riparare la ferita psichica, attraverso il tentativo di modificare retroattivamente il corso degli eventi. Qualche volta può capitare che si tenda a rimettersi in situazioni simili, da un punto di vista affettivo, con la situazione che è risultata essere traumatica.
Questo meccanismo può avere inoltre lo scopo di far cambiare posizione alla persona, cioè da una posizione passiva, di vittima, di chi subisce l’evento, a una posizione attiva, di chi può controllare l’evento e padroneggiarlo.
Questi aspetti ci richiedono di riflettere anche sul ruolo della vittima della violenza e a chiederci perché troppo spesso le donne si fanno carico dell’aggressività dei loro partner. All’interno della coppia si possono strutturare i ruoli del persecutore e della vittima, che si possono alternare e contaminare in alcuni momenti.
Secondo Cavalloni (1987) ci possono essere diversi tipi di persecutore e di vittima.
Il persecutore suo malgrado è colui a cui la cattiveria è stata attribuita come qualità imposta, ma che con difficoltà accetta il peso di questa attribuzione, non riconoscendosi. In questo caso si può aiutare la persona a riflettere sulle proprie azioni e magari ottenere un cambiamento.
Il persecutore con senso di colpa vede quei soggetti che come per un compenso passano dal ruolo di vittima a quello di persecutore. Le persone verso cui questo persecutore si rivolta sono spesso delle persone da lui amate, con cui entra in competizione. Può capitare, per questo tipo di persone, che si presenti un complesso di colpa basato sull’identificazione con la vittima scelta da parte di chi un tempo è stato a sua volta vittima. Questo tipo di persecutore da un lato non vuole rinunciare al prestigio che ha finalmente trovato anche se sente questo prestigio come perverso.
Tra le vittime invece si possono trovare delle vittime con rassegnazione e depressione. Questa modalità prende corpo negli individui come ultima compensazione, quando l’ambiente di origine non offre possibilità di rovesciamenti e neppure di abili scorciatoie, e quindi la persona è portata a pensare che la situazione non cambierà e che l’unica soluzione è accettarla.
Le vittime con speranza di revisione fanno parte di quel contesto in cui la prospettiva è quella del passaggio dal ruolo di vittima a quello di persecutore, ma che non insorgono precocemente nell’ambiente famigliare di origine, ma insorgono assai più tardi in quello sociale.
Le vittime compiaciute, potrebbero essere assimilate a dei persecutori occulti. Essi non perdono occasione per attribuire agli altri il ruolo di persecutore e di vittima.
La definizione dei tipi di persecutore e vittima ci aiutano a comprendere la complessità dei fattori in gioco durante una situazione di violenza, e come probabilmente le tendenze omeostatiche interne alla vittima e al persecutore portanto al perpetuarsi di situazioni, anche drammatiche, per lungo tempo.

Il cambiamento dei ruoli maschili e femminili nella società: aspetti psicologici

La violenza sulle donne è un fenomeno che è sempre stato presente all’interno della storia, ma che i cambiamenti nella società, del ruolo femminile nel contesto lavorativo e della famiglia, ha fatto emergere in modo particolare. All’interno della famiglia, in tempi passati la figura dell’uomo capo famiglia, del padre, era sentita con tutto il peso della sua importanza e del rispetto che gli veniva attribuito.
Le donne, allora, accoglievano come legge le norme e i divieti derivanti dal padre, con una duplice conseguenza legata a questa modalità di atteggiamento. Da un lato perdendo rispetto al loro essere donna, in quanto relegate ad una funzione di procreatrice, d’altro canto però le donne acquistavano sul versante della non responsabilità e della protezione.
Il fatto di sposarsi e di diventare madri consentiva loro di arrivare ad una posizione sicura e protetta.
La violenza per lo più si concretizzava se la donna non assolveva a tali aspettative, vale a dire che poteva essere ripudiata se sterile o anche se non procreava figli maschi; il tradimento veniva punito
anche con l’uccisione della donna stessa.
Le rivoluzioni del ventesimo secolo legate al femminismo, con cambiamenti legislativi importanti come la legge sull’aborto, hanno portato la donna ad abbandonare questo luogo di protezione e ad entrare in tutti i settori della società.
In questa destabilizzazione di tradizioni e di costume l’uomo non ha parallelamente avviato una sua rivoluzione culturale, per cui, rimanendo rigido nel suo ruolo di marito e di padre ha visto vacillare la sua posizione.
Anche la donna però si trova nella difficoltà di darsi una identità, barcamenarsi all’interno di ruoli diversi (la casa, la famiglia ,il lavoro) e dunque in una situazione difficile da gestire.
Spesso proprio alla luce di queste difficoltà si innescano nella donna dei sensi di colpa che nascono da una fragilità non piena identificazione nei vari ruoli.
Come abbiamo visto precedentemente il senso di colpa può avere un ruolo importante e può essere una delle cause del silenzio rispetto alle violenze subite, come se queste fossero il giusto prezzo da pagare.
Potremo dire che all’interno della coppia e della famiglia è come se i vari componenti attualmente si trovassero provvisti dell’orientamento. Ci potrebbe essere una difficoltà a riconoscere cosa rappresenta l’essere uomo o donna, marito o moglie.
La donna che nella sua ricerca di darsi una identità nella società ha di fatto occupato degli spazi che precedentemente erano sempre e solo stati propri dell’uomo, e che quest’ultimo riconosceva come propri di diritto, proprio per la differenza tra l’uomo e la donna.
Sottraendo a quest’ultimo il suo prestigio e il suo potere, in generale può aver fatto scattare una forma di rancore e in qualche caso la donna può essere stata vissuta come una rivale.
Questa violenza esercitata sulla donna sarebbe dunque una violenza contro un rivale, abbattendo il quale si può ritrovare una posizione. Posizione questa che è stata perduta nella società dall’uomo, ma non ritrovata dalla donna, che continua a non riconoscersi pienamente nei diversi ruoli, che richiedono un impegno di tempo e responsabilità troppo oneroso per essere affrontati tutti con l’adeguato impegno.
Questa difficoltà a riconoscere i propri ruoli e quelli dell’altro, il proprio essere uomo e donna e la stessa funzione nel partner, può sicuramente avere in generale un ruolo importante nell’aumentare il conflitto all’interno della coppia e nell’impedire un autentico scambio.
Riconoscere l’Altro nelle sua diversità apre le porte ad una dialettica, ad uno scambio che si qualifica con manifestazioni di segni, di gesti non mai esaustivi ma continuamente creativi e rinnovabili che risultano essere il sale della convivenza. Questo permette di non sentirsi invaso non considerarlo più come una minaccia.
Queste riflessioni sono molto generali e non tengono conto di molte realtà specifiche a livello sociale, nonché di altri fattori nei cambiamenti della società che possono aver una forte importanza nel fenomeno della violenza sulle donne. L’obiettivo è quella di cercare alcune chiavi di lettura potenzialmente valide per il problema e per poter pensare a dei modi di affrontarlo.

Colloquio della signora F.

All’interno del progetto Svolta Donna giunge alla consultazione una signora di 50 anni, che è arrivata nel torinese da poco ed è in incognito, in fuga da Napoli dove ha vissuto con il marito per 30 anni, marito con il quale ha un rapporto dall’età di 15 anni.
Effettua presso il servizio alcuni colloqui dei quali io ho la funzione di osservatore, mentre il conduttore è la psicologa responsabile dello sportello. In questo contesto ho modo di trascrivere interamente il primo colloquio.
Ci racconta che il marito la picchiava quando erano fidanzati e i primi anni di matrimonio. Poi lei ha detto che ad un certo punto gli ha imposto che se l’avesse ancora colpita l’avrebbe lasciato. Così infatti è stato. Per 30 anni lui non l’aveva colpita se non in casi di litigio molto acceso. Quando l’ha fatto alcuni mesi fa lei è andata via di casa.
Il marito, che secondo i famigliari non aveva mai avuto apparenti problematiche psichiche, ha tentato il suicidio. E’ stato ricoverato ed inoltre si è lesionato la mano (tanto da dover essere operato) dando dei pugni contro il muro. Lei però è scappata e dice di non voler più tornare dal marito.
Lui la chiama molto spesso implorandola di tornare a casa da lui, dicendo di essere cambiato. Ci dice che lui fa leva sul suo sentimento materno e chiede da parte della moglie cure e vicinanza in questo periodo di ricovero in ospedale e di operazioni.
Dopo un periodo di rifugio presso una struttura di Pinerolo sta progettando ora di andare a vivere nella città della figlia.
Ci dice che l’ultima settimana è stata un po’difficile perché il marito le ha telefonato più e più volte, dicendole che vuole che tornino insieme e che vuole che lei investa un po’ in questo, che lui è
deciso, che vuole cambiare e ricominciare. Lei gli dice che non può come una bacchetta magica fare rinascere l’amore dove questo amore non esiste più. Lui si dimostra sicuro.
Lei ci dice di non potergli dire che tra loro è finita, perché teme che lui si faccia del male.
Ci dice di provare per lui un amore materno, di volere il suo bene come se fosse suo figlio, di volere che lui non soffra, che lui stia bene e niente di più. La signora ci dice che ha ancora molta paura di suo marito. Adesso che si trasferirà a Latina teme di vedere i suoi nipoti (si impone di non vederli) per paura che si lascino scappare con il nonno qualcosa, ma addirittura non si fida nemmeno di suo genero, che secondo lui è allineato con le posizioni del marito e che quindi non saprà che lei si trasferisce a Latina.
Tra i suoi figli quello maschio, il più giovane, ha sempre avuto l’aspettativa che le cose si sistemassero e che tutto tornasse ad essere sereno. E’ molto arrabbiato per questa scelta della madre, perché secondo lui dopo la pensione del padre le cose sarebbero potute andare meglio. Lei non si fida di questo figlio, perché teme che prima o poi lui faccia gli interessi del padre.
Il marito le ha proposto di incontrarsi a mangiare una pizza in un luogo pubblico, ma lei non vuole. La psicologa le chiede come mai scarta l’opportunità di incontrare prima o poi il marito, anche in un luogo pubblico. Lei ci dice che ha paura. Ha molta paura di lui ha anche paura di sé stessa. Ha paura di non saper trattenere la sua rabbia, ed alcune volte ha provocato in modo pesante il marito ed attirato pesantemente la sua aggressività.
Ci racconta di sentirsi spesso ansiosa e impaurita, di non voler pensare al futuro.
Ci racconta della paura di partire, qui aveva trovato degli amici, si sentiva la sicuro. Là dovrà ricominciare una vita da capo, un lavoro che non le piace e che non ha mai fatto, si sente profondamente sola. Questo sentirsi sola l’ha accompagnata nel tempo, soprattutto quando le altre persone le chiedono come farà a stare senza nessun compagno, vista la sua età e il fatto che la solitudine aumenta. Lei ci racconta però che anche quando era spostata di sentiva sola. Inoltre nell’intimità le cose non sono mai andate bene, perché suo marito la costringeva ad avere rapporti con lui anche se lei non voleva, anche se piangeva. In questi casi si sentiva molto sola. Si sentiva molto sola anche quando in passato ha fatto dei tentativi di riavvicinamento con lui ma le loro vite erano molto lontane. Da sempre con suo marito si è sentita sola, da quando lui è entrato nella sua vita è entrata anche la solitudine . Si ricorda che si è sentita così anche la prima volta che è stata presentata a casa del futuro marito . In questa occasione si è sentita una aliena e ha poi continuato a sentirsi così sempre in quella famiglia. Nel suo paese (Napoli) la violenza sulle donne è, secondo lei, molto più diffusa e ritenuta meno grave che da noi.

 

Il caso di questa donna è un esempio di una possibile dinamica di relazione coniugale fortemente patologica, in cui la paziente è riuscita ad uscire dopo molto tempo, ma in cui è rimasta moltissimi anni, nella speranza che le cose si risolvessero, vivendo finzionalmente questo legame e portando avanti un progetto di famiglia salda e di legame coniugale duraturo.
Le dinamiche di inferiorità/superiorità e di vittima/persecutore sono rintracciabili nella storia di questa coppia, in un legame che è potuto continuare fino al mantenimento di quel equilibrio. Questo equilibrio è stato in primis preservato dalla signora F., che ha per anni vissuto nella speranza di un riavvicinamento tra lei e il marito, sebbene i suoi vissuti in questa relazione siano sempre stati di solitudine e di infelicità.
Colpisce come la donna, entrando a far parte di una famiglia (quella del marito) in cui fin dall’inizio si è sentita come “un’aliena” si sia posta in una condizione di accettazione di questo ruolo relazionale di vittima di violenza, fin dai tempi del fidanzamento. La signora F. ha però fissato al marito un limite, quello che, nonostante anni di violenza e di abusi, se l’avesse ancora colpita l’avrebbe lasciato.
Questo è avvenuto quando i figli erano cresciuti e lei era uscita dal ruolo di mamma a tempo pieno per entrare in quello di nonna, sentendo che con la scelta di andare via di casa non avrebbe messo in pericolo i figli, perché oramai già grandi e indipendenti.
Questa scelta è stata una scelta molto forte, che forse era stata maturata a livello ideale nel momento in cui ha posto quel limite al marito, ma che è stato possibile mettere in atto solo in un momento della vita in cui le sue condizioni psicologiche lo permettevano. Questo ha permesso alla signora F. di uscire finalmente dal suo ruolo di vittima, in cui però è entrato a pieno titolo il marito, attraverso il tentativo di suicidio, il ricovero in ospedale.
La scelta di scappare lontano è stata un tentativo di rimanere fedele alla scelta presa e di difendersi dalla paura nei confronti del marito, che è paura innanzitutto paura di sé stessa. Paura delle proprie reazioni, di non sapersi muovere in quella relazione in un modo diverso da quello che era stato in tanti anni di matrimonio.
Adesso la signor F. ha molta paura, ma non si sente più sola come quando era con il marito, riesce a fare dei progetti per la sua vita e per il suo futuro.

 

BY: arkeba

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Il training autogeno a scuola

Cos’è il training autogeno

Il Training Autogeno è una tecnica di rilassamento che può essere usata come tecnica psicoterapeutica, è basata sulla correlazione tra gli stati psichici e gli aspetti somatici dell’individuo.
E’ stata ideata dal dottor Johannes Heinrich Schultz, medico neurofisiologo e psicoterapeuta, vissuto nel 1884 e morto nel 1970.
Il T.A. cerca di auto-indurre volontariamente un’attivazione dell’area trofotropica (sita nell’ipotalamo), mediante la produzione di immagini mentali. La stimolazione di quest’area determina l’attivazione del sistema parasimpatico con conseguenti fenomeni quali la riduzione del ritmo cardiaco, della frequenza respiratoria e del tono muscolare.
Tutti questi fenomeni caratterizzano lo stato di rilassamento, o lo stato di metabolismo basale, ovvero il metabolismo che avrebbe il corpo in uno stato di assoluto riposo, senza nessuna attivazione fisica o mentale (quello, per intenderci, di un buon sonno ristoratore).

Questo stato di rilassamento permette di liberare il sistema mente-corpo dalle tensioni, in modo che il corpo possa fare quello che naturalmente sa fare. Il sistema parasimpatico e i naturali sistemi di autoregolazione vengono messi nella condizione di agire nella maniera più efficace, liberi da qualsiasi condizionamento superfluo.
Il training autogeno è finalizzato a raggiungere, con un metodo volontario, la condizione che si raggiunge spontaneamente con il sonno: questa condizione ha la funzione, di riparare, rigenerare, rivitalizzare l’organismo.
Per raggiungere lo stato di “commutazione autogena”, è indispensabile concentrarsi sulle parti del proprio corpo tramite una concentrazione passiva. Il Training Autogeno è dunque un allenamento (training) alla spontaneità. Sembra un paradosso, ma man mano si procede con l’apprendimento della tecnica gli effetti desiderati si produrranno da soli (auto-genesis).
Il training autogeno è universalmente conosciuto ed è da molti anni oggetto di studi e ricerche a livello mondiale per le varie applicazioni alle quali si presta. Gli ambiti di applicazione sono molteplici, può servire ad incrementare lo studio o il lavoro; può migliorare le nostre capacità di controllo e curare i disturbi più comuni su base psicosomatica.
I sei esercizi del training autogeno
Il T.A. è composto da particolari esercizi che devono essere appresi in modo graduale e con allenamento
costante. Gli esercizi previsti, permettono di migliorare, modificare, risolvere e normalizzare funzioni psichiche o somatiche alterate nel loro equilibrio originario. Il percorso non è altro che l’annullamento degli effetti di ansie e tensioni. Si procura infatti un rilassamento muscolare, vascolare, una regolarizzazione del battito cardiaco e di quello respiratorio, un rilassamento viscerale.
Gli esercizi si attuano in tre posizioni: posizione sdraiata, in poltrona e del cocchiere a cassetta. Molto importante risulta anche la respirazione, la quale deve funzionare in maniera progressivamente più automatica e quindi meno controllata.
I sei esercizi sono:

  • esercizio della pesantezza: produce uno stato di rilassamento muscolare, ovvero di rilassamento dei mu-scoli striati e lisci;
  • esercizio del calore: produce una vasodilatazione periferica con conseguente aumento del flusso sangui-gno
  • esercizio del respiro
  • esercizio del cuore
  • esercizio del plesso solare
  • esercizio della fronte fresca

Anche i ragazzi, come noi adulti, sono quotidianamente esposti a fattori stressanti nel contesto sociale, nell’ambiente familiare, a scuola, nelle relazioni col gruppo dei pari.
La tensione accumulata si ripercuote sia a livello fisico (contrazione muscolare) sia a livello psicologico (malessere interiore, irrequietezza, difficoltà di concentrazione, aggressività ).
Spesso sia nell’ambito delle prestazioni scolastiche, nell’interazione con i compagni o gli insegnanti o nelle prestazioni sportive ci possono essere alcune tipiche difficoltà:

  • Difficoltà di concentrazione
  • Ansia e agitazione
  • Incapacità di sfruttare al massimo le proprie possibilità
  • Sentimenti di inferiorità e paura del giudizio

Attraverso un percorso di apprendimento delle tecniche di rilassamento si potrà così sperimentare gli effetti benefici del rilassamento, la serenità e la sensazione piacevole che conseguono alla riduzione del livello di contrazione del corpo.

Il training autogeno per migliorare le prestazioni scolastiche

Oltre a diminuire la tensione muscolare e mentale, l’attività di rilassamento in gruppo qui proposta può essere importante nel migliorare il rendimento scolastico, perseguendo i seguenti obiettivi:

  • Miglioramento della memoria
  • Miglioramento dell’attenzione e della concentrazione
  • Miglioramento generale delle prestazioni mentali, quindi della qualità dell’apprendimento
  • Accrescimento dell’autostima e della fiducia in se stessi
  • Aiuto nell’ arricchire la sensibilità e la conoscenza di sé
  • Favorire lo sviluppo della creatività
  • Controllo e gestione dello stress
  • Controllo delle reazioni emotive eccessive

Il training autogeno per migliorare le prestazioni sportive a scuola

Oltre alle esperienze nel campo clinico, hanno beneficiato dei vantaggi di questa tecnica anche le applicazioni non cliniche, tra le quali rientra la pratica sportiva. In molti sport viene impiegato con successo per preparare gli atleti alle competizioni.
Il training autogeno consente di raggiungere alcuni obiettivi particolarmente utili in campo sportivo:

  • Miglioramento delle prestazioni sportive
  • Rinforzo della motivazione all’allenamento
  • Profondo e rapido recupero di energie
  • Autodeterminazione

 

BY: arkeba

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L’ipnosi con i bambini

L’ipnosi può essere utilizzata anche con i bambini. Non si deve pensare ad essa come un metodo artificioso o pericoloso.E’ uno stato fisiologico che può essere utilizzato come risorsa e strumento per superare sintomi e difficoltà personali. Lo psicologo che pratica ipnosi con i bambini, utilizza un metodo per accompagnarli, tenendoli per mano, in un luogo nel quale essi, inconsciamente o consciamente, desiderano andare. Ad esempio un piccolo paziente potrebbe essere teso o nervoso, ma aver perso la strada per ritrovare il suo benessere e il suo equilibrio.
I bambini sono particolarmente ricettivi all’ipnosi perché fa leva sulla loro grande capacità immaginativa, sulla fantasia e sulla creatività.

Questa tecnica permette loro di trovare un “rifugio sicuro”, un ’esperienza piacevole e in cui diventano consapevoli delle loro “risorse riparatrici” nascoste. Per iniziare bene un trattamento, innanzitutto è importante consolidare un buon rapporto di fiducia tra l’ipnotizzatore e il piccolo paziente. Una buona esperienza di ipnosi parte con l’osservazione e l’ascolto del bambino. Osservandolo attentamente si potranno notare i canali sensoriali (visivo, auditivo o cinestetico) che predilige. Questo permetterà di sincronizzarsi con lui.

L’ipnosi pediatrica seguirà modalità e suggestioni diverse rispetto a quella con gli adulti, sebbene rappresenti lo stesso fenomeno

In quali casi può essere utile?

1. Disturbi da somatizzazione

Quando i bambini attraversano periodi di stress emotivo possono manifestare il loro disagio attraverso il corpo piuttosto che con le parole.

2. Problemi legati al sonno

Circa il 25% dei bambini hanno delle difficoltà legate al sonno, che può essere causata da fattori emotivi, fisici o familiari .La stanchezza del non riposare bene che ne deriva può interferire con la loro vita quotidiana, con lo studio o con i rapporti interpersonali.

3. Paura del dentista

Reazioni di ansia e paura del dentista, sono condizioni emotive molto comuni, ma talvolta possono impedire al dentista di prestare le cure necessarie al paziente.
L’ odontofobia è stata riconosciuta dall’Organizazione Mondiale della Sanità come una vera e propria malattia, ed è stata inserita nell’International Classification of Disease (ICD-10) tra le fobie specifiche (OMS, 1996).
Secondo le stime dell’OMS riguarderebbe il 15-20% della popolazione.
L’ odontofobia nei bambini
Una particolare attenzione viene posta all’infanzia, un periodo delicato in cui l’esordio della paura del dentista e dell’ansia per le cure odontoiatriche è più frequente.
Indipendentemente dall’età molti bambini sono molto resistenti e in grado di sopportare molto, mentre altri sono vulnerabili e rispondono negativamente anche a piccoli stimoli stressanti. L’equipe odontoiatrica non può influenzare questi fattori, ma dovrebbe dimostrarsi sensibile e adattare a essi la strategia di trattamento. I fattori dentali sono quelli che l’equipe può tenere sotto controllo. Gli aspetti principali sono rappresentati dalla prevenzione del dolore e del disagio e dal tentativo di stabilire una buona relazione psicologica tra il bambino e i genitori da una parte e l’equipe odontoiatrica dall’altra.

4. Gestione del dolore.

Un’analisi degli studi recenti in materia ha mostrato che bambini supportati con l’ipnosi che dovevano sottoporsi ad interventi chirurgici provavano meno dolore ed ansia rispetto ai soggetti di controllo.

5. Disturbi della continenza di urine e/o feci

La manifestazione fondamentale dell’enuresi è una ripetuta emissione di urine, involontaria ma occasionalmente anche intenzionale, che avviene generalmente durante il sonno, in bambini di almeno cinque anni di età, in assenza di lesioni all’apparato urinario e di condizioni mediche generali. Come definito nel DSM IV il disturbo deve manifestarsi almeno due volte alla settimana per almeno tre mesi consecutivi, e determinare una compromissione significativa dell’area sociale, scolastica.
Si distinguono due sottotipi dell’enuresi:
– enuresi notturna: è il sottotipo più comune, in cui la perdita di urine si ha solo durante il sonno notturno. Si manifesta principalmente durante il primo terzo della notte, solo occasionalmente l’emissione avviene durante il sonno REM, e può accadere che il bambino ricordi un sogno che comportava l’atto di urinare.
– enuresi diurna: la perdita di urina si ha durante il giorno, è più comune nelle femmine che nei maschi, ed è rara dopo i nove anni. Si manifesta più frequentemente nel primo pomeriggio dei giorni di scuola e può essere dovuta a difficoltà ad usare il bagno per ansia sociale o all’eccessivo coinvolgimento nelle attività.

6. Disturbi dell’alimentazione

7. Disturbi della concentrazione (scuola, gare sportive)

8. Paure, fobie (animali, aghi, rumori…) e tic

9. Iperattività

Uno dei quadri clinici più diffusi in infanzia è la sindrome di iperattività infantile.
Si tratta di una condizione molto più diffusa nei maschi che nelle femmine, sebbene il suo esordio sia collocabile intorno ai due-tre anni, e manifesta la sua massima incidenza in età scolare.
Ciò si deve a due motivi: in primo luogo perché le difficoltà di attenzione hanno ripercussioni sulle capacità di apprendimento e l’iperattività dirompente, mista a comportamenti impulsivi e talvolta aggressivi, crea spesso problematiche relazionali con i coetanei. Un’altra evidenza che colloca l’incidenza del disturbo in questa fascia d’età è data dalle difficoltà di gestione di questi bambini da parte degli insegnanti.
Inizialmente si credeva che l’origine di questo disturbo fosse organica: infatti si riteneva erroneamente che alla base vi fosse un difetto cerebrale. Oggi ciò è stato smentito, ma resta valida la teoria che giochi un ruolo chiave una forte predisposizione genetica. Secondo alcuni studi ci sarebbe un’anomalia nei livelli di noradrenalina, un neurotrasmettitore a carattere attivatore, ed una carenza di dopamina, un neurotrasmettitore a carattere inibitorio. Quindi è come se nel cervello di questi bambini vi fosse una disregolazione delle influenze inibitorie dell’attività della corteccia frontale ed una bassa attivazione della corteccia pre-frontale, deputata alla pianificazione dell’azione, che spiegherebbe i sintomi di impulsività.

10. Disturbi del linguaggio

11. Onicofagia (mangiarsi le unghie)

BY: arkeba

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Ansia: definizione e caratteristiche

Cos’è l’ansia?

Tutti noi sentiamo parlare di ansia o abbiamo descritto qualcosa che ci accadeva dentro dicendo : “sono in ansia”.
Quando lavoro con i miei pazienti chiedo spesso di dare un’immagine all’ansia, spesso è un peso sullo stomaco, o la sensazione di testa leggera o la paura di perdere il controllo.
In ogni caso tutti siamo convinti di conoscere il significato della parola ansia, che se poi non entriamo in difficoltà quando ne dobbiamo dare una definizione precisa.
Possiamo iniziare a dire che siamo nell’area dell’affettività. Read More “Ansia: definizione e caratteristiche”

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LA DIPENDENZA AFFETTIVA SI PUO’ SUPERARE CON L’IPNOSI

LA DIPENDENZA AFFETTIVA SI PUO’ SUPERARE CON L’IPNOSI
Che cos’è la dipendenza affettiva?

E’ un modo di vivere la relazione che porta la persona dipendente ad una assenza cronica di reciprocità nella vita affettiva. Qualora la persona non riesca a interrompere o modificare questa situazione si è di fronte ad una “dipendenza affettiva”. Read More “LA DIPENDENZA AFFETTIVA SI PUO’ SUPERARE CON L’IPNOSI”

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LA SINDROME DEL COLON IRRITABILE SI CURA ANCHE CON L’IPNOSI

LA SINDROME DEL COLON IRRITABILE SI CURA ANCHE CON L’IPNOSI

Il corpo rivela il disagio della mente.
Ascoltare il proprio corpo offre la possibilità di comprendere il proprio mondo interno.
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